sabato 16 gennaio 2016

[FLASH] Iran e Arabia Saudita: cosa è cambiato

Riporto qui la mia parte di uno speciale del Caffè Geopolitico, uscito l'11 gennaio 2016, che analizza lo stato attuale della tensione fra Iran e Arabia Saudita. Clicca qui per leggere l'hot-spot intero.

Avolte capita che portiamo a spasso con il guinzaglio cani talmente vivaci che finiscono per essere loro a tirare noi, ed è più o meno questo quello che sta succedendo oggi agli shaykh sauditi e agli ulama iraniani. Che fra i due Paesi sia in corso una guerra fredda è notizia vecchia; ma guai a pensare che questa ne sia solo l’ennesima manifestazione copia-incolla. La novità, qualitativamente sostanziale, è che ora la situazione è totalmente sfuggita di mano agli stessi protagonisti, che da un lato devono fare la voce grossa e salvare la faccia davanti ai loro fan politici, dall’altro dissimulano, calcolano attentamente le mosse e tengono il conflitto sul filo della latenza. Ma il passo falso è già stato fatto.

Diversi commentatori arabi hanno sottolineato come l’assassinio di al-Nimr vada letto in chiave vendicativa dell’uccisione di Zahran Alloush, ex-leader di Jaysh al-Islam, un esercito di ribelli che opera nei pressi di Damasco ed è a libro paga saudita. Alloush era anche un sostenitore della disastrosa conferenza di Riyadh per la risoluzione del conflitto siriano, terminata con un nulla di fatto e un ridimensionamento del ruolo saudita. Se non bastasse questo a mostrare che i Frankenstein del Golfo hanno imparato a controllare i loro creatori, è sufficiente ponderare il peso specifico che le varie milizie sciite del Libano, Bahrain, Iraq e Siria hanno avuto nell’escalation degli avvenimenti, sin dalle prime ore della rinvigorita crisi. In termini economici, i due Paesi sono tornati alla realtà capendo di essere non solo share-holder, ma anche stake-holder delle loro insofferenze regionali. Quello che paradossalmente ora può succedere è che il conflitto, venendo a galla, permetta di uscire dal torpore dei proxy e renda più definiti i fronti dell’ostilità.

Del resto già il Siraq, teatro delle maschere per eccellenza, è diventato qualcosa di altro da sé: mediaticamente monopolizzato dall’asettico Stato Islamico, sta andando verso la cristallizzazione e potrebbe ormai evolvere in una guerra di usura, dove a spuntarla è semplicemente chi dura di più. E di sicuro così sarà se lo scontro iraniano-saudita dovesse proseguire a viso aperto. Intanto, come in un romanzo rosa, fuori dal Golfo una serie di pretendenti lottano per assicurarsi la mano delle due prime donne. Da un lato l’uomo che non deve chiedere mai: l’Egitto, che fa il distratto, tutto assorto nei problemi di ordine interno e rabbuiato dalla crisi libica, ma che di fatto non può permettersi di perdere il sostegno saudita e potrebbe presto sviluppare gelosie verso la libertina Turchia, che scaltra tiene il piede in due scarpe: flirta con i sauditi sulla questione siriana, ma dipende dall’Iran in chiave energetica (nonché di aggiustamento degli equilibri interni). E poi il ravveduto Sudan, che dopo anni di love-story con Teheran ha deciso di correre dietro a Riyadh, ed è disposto a tutto pur di assicurarsene la fiducia. Forse, persino a troppo. Non dimentichiamo che per anni il paese è stato un laboratorio di Islam politico e safe-haven di organizzazioni terroristiche: il pericolo è che le vecchie cattive abitudini non siano perse.

Assetti ben diversi, quindi. Meno fronzoli, più hard politics. Ma soprattutto più auto-coscienza: il tempo della brinkmanship, delle manovre a cuor leggero e dell’iperattività diplomatica è finito, entrambi i Paesi hanno capito che le loro mosse subiscono riverberi incontrollabili. Anche per questo motivo sono entrambi incentivati a cercare la quiete. L’Iran, soprattutto, ha la fetta maggiore di interessi nel calmare le acque, magari intrappolando nella ragnatela della mediazione anche Washington e Mosca, a suggello della propria egemonia resa legittima dai “grandi”. Più complicata la situazione per Riyadh, che non ha mai vissuto un minimo storico di tale intensità: tanto che la ricerca della serenità regionale sembrerebbe una resa più che un successo.

Gli sviluppi dei prossimi giorni sono fondamentali per capire che tiro avrà il 2016 mediorientale.

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