venerdì 15 maggio 2015

[ANALISI] Il nostro giornalismo al servizio del Califfo (+ 2 interventi)

Riporto di seguito un articolo che ho pubblicato per il Caffè Geopolitico in data 12 maggio 2015 e due link a interventi e contributi che ho fatto per Rolling Stone Italia e Lettera43.

Il nostro giornalismo al servizio del Califfo



È necessario quindi rielaborare il concetto di racconto giornalistico, a cominciare da alcuni distinguo fondamentali sviluppati alla luce di una giusta commistione fra questioni di securitization,gestione dell’opinione pubblica, bisogni giornalistici e cultura del jihadismo globale.
LA NEBULOSA IS – Mentre il gruppo Stato Islamico continua le sue operazioni in Siria e Iraq, un insieme di cellule e individui al di fuori di questi territori agisce in nome di tale organizzazione, imitandone la dialettica e abbracciandone la visione strategica. Eppure, laddove il mainstream dell’informazione e dell’opinione pubblica sembri accettare incondizionatamente i legami stabilitisi fra IS e i diversi gruppilike-minded, è opportuno gettar luce sulla reale profondità di queste alleanze, anche e soprattutto per prevenire i danni che l’accoglimento di questa narrazione comporta.
Se da un lato IS ha formalmente riconosciuto alcuni territori remoti come parte del proprio spazio operativo, tra cui porzioni della Libia e del Sinai in primis, molto meno immediato risulta identificare le attività di alcune cellule e di altri attori individuali con quelle direttamente riconducibili al Califfato.
Operazione basilare per comprendere l’autenticità delle dinamiche di affiliazione al network è quella didiscernere le azioni scaturite in nome dello Stato Islamico (o, come vedremo, rivendicate ex post factoda quelle direttamente demandate dal gruppo. È talvolta utile e necessario a fini semplificativi limitare la profondità di analisi nella descrizione degli eventi, tuttavia va tenuta in conto la sfera degli effetti negativi che possono scaturire da imperfette rielaborazioni.
EFFETTI COLLATERALI – In primo luogo, accomunare due gruppi che non condividono quote di cooperazione è un modo di evidenziare le similitudini che questi presentano. Inconsapevolmente, un cattivo esempio di narrazione politica, nel quale una cellula viene fatta risalire a un altro network, può elevare il mittente a nemico comune di entrambi i gruppi citati. In questa maniera, invece di evidenziare le differenze e quindi minare la base cooperativa fra network, se ne esasperano gli aspetti che, se normalmente rimarrebbero mere sfumature comuni, una volta venute alla luce possono far scattaredinamiche di condivisione ideologica e allineamento operativo.
Ancora, una disperata corsa alla notizia culminante in affrettate conclusioni che indicano affiliazione con un network globale (come accade oggi con IS), è in grado di fomentare l’auto-attivazione dei lupi solitari. Questi, rassicurati da una narrazione giornalistica poco attenta alla reale entità delle affiliazioni con i gruppi maggiori, sono più propensi all’azione, consci dell’accostamento automatico del loro nome con il marchio desiderato, e quindi della magnificazione delle loro gesta.
UN CASO DI “SUCCESSO” – Chiarificatore in tal senso è il caso dell’attentatore di Parigi Amedy Coulibaly che, alla luce di quanto detto, mostra i vari aspetti sopra descritti. Analizzando il suo operato, sono rintracciabili alcune delle situazioni presentate. La presunta affiliazione del giovane francese allo Stato Islamico, sostenuta e ripresa dalla maggior parte dei giornali, ha inizialmente trovato fondamento in un video in cui Coulibaly, parlando un pessimo arabo, giura fedeltà al Califfo Ibrahim secondo la solita formula utilizzata dallo Stato Islamico con le comunità autoctone nei suoi territori. Di fronte all’escalationdi violenza nella capitale francese, uno sviluppo parallelo tra azione e informazione, catalizzato da una serie di precipitose deduzioni, ha contribuito a influenzare e forgiare se non la dinamica stessa degli avvenimenti, quantomeno la loro percezione e peso specifico. Inutile soffermarsi sulle differenti conseguenze in termini di ripercussioni sull’opinione pubblica fra un Amedy Coulibaly presentato come “scheggia impazzita” da uno presentato come “emissario del Califfo”. Inoltre, è possibile che lo stesso flusso di informazioni abbia in qualche modo portato lo Stato Islamico a rivendicare la membership di Coulibaly. Infatti, il settimo numero del magazine Dabiq (edito da al-Hayat Media Center) riporta e glorifica la storia dell’attentatore, dando di fatto legittimità alla narrazione giornalistica. Eppure, a prescindere dalla reale profondità di cooperazione fra IS e Coulibaly, è chiaro che la stampa europea ha di fatto concesso al Califfato la prestigiosa possibilità di rivendicare un attentato che, di per sé, non presenta caratteristiche inequivocabilmente riconducibili al network. Come aveva già notato lo studioso Marc Sageman, uno dei punti di forza delle maggiori organizzazioni terroristiche è infatti la facoltà di rivendicare a posteriori quelli attacchi che, seppur non direttamente coordinati, vengono perpetrati in loro nome da attori privi di qualsivoglia legame.
È importante, quindi, che i media occidentali si svincolino dal meccanismo descritto, evitando operazioni quasi automatiche di collegamento fra gruppi e individui, e sottolineando come un semplice video (nel caso descritto) o una bandiera (come accaduto a Sydney lo scorso Dicembre) non possano di per sé essere elementi sufficienti a rappresentare legami concreti fra le parti.






Malcontento verso lo Stato Islamico ed entusiasmo verso Jaysh al-Fath
Malcontento verso lo Stato Islamico ed entusiasmo verso Jaysh al-Fath, manifestazione a Kafranbel (Siria).

VERSO UNA SOLUZIONE – Una revisione dell’informazione, finalizzata a un approccio più particolaristico che eviti immediate ricostruzioni iperonime, avrebbe anche il benefico effetto di colpire il valore delbrand Stato Islamico. È possibile ridurre la sua aura di presunta onnipotenza e smontare le sue continue minacce di imprevedibili attacchi facendo mostra della reale capacità operativa che il gruppo possiede all’infuori del Levante. Per quanto questa possa apparire soltanto un’operazione dialettica, è bene riconoscere che anche la stessa proiezione di potenza di IS in Occidente non sia molto distante dal puro esercizio retorico. È necessario, quindi, che i media europei smettano di essere ostaggio della centralità di IS nei flussi informativi e del suo protagonismo giornalistico, ma recuperino anzi la loro facoltà primaria:quella di dare i nomi alle cose, evitando auto-imposizioni di carattere descrittivo.
In sintesi, la questione di una narrazione giornalistica meno soggetta al gioco mediatico del Califfato può essere affrontata e parzialmente risolta tramite una particolarizzazione dell’informazione e una scomposizione della fenomenologia degli attacchi terroristici (una maggiore attenzione a come emanino le notizie e alle varie fasi di escalation, unita a un minor sensazionalismo informativo). Resta purtroppo impossibile stabilire una chiara linea di demarcazione che permetta di cogliere immediatamente la differenza fra un avvenimento di tipo self-starting e uno coordinato dall’alto. Tuttavia, risulta quasi urgente il bisogno di esaminare attentamente i rischi posti dalle narrazioni contemporanee, ripensando le esigenze di informazione alla luce dei danni collaterali che comportano.






La comunicazione con cui Wilaya Khorasan misconosce l'attaco di Jalal Abad
La comunicazione con cui Wilaya Khorasan misconosce l’attaco di Jalal Abad

COSA TENERE – Eppure, paradossalmente, la stessa bolla giornalistica creatasi attorno al fenomeno IS è anche un’arma a doppio taglio: il gruppo, esaltato e gonfiato dai media occidentali, vede ancor di più ingigantito quel do-say gap (differenza tra il dire e il fare) che si denota leggendo un qualsiasi numero della loro rivista Dabiq. A lungo andare, l’enorme differenza fra quello che il gruppo dice di essere e quello che poi realmente è sul territorio, grazie al pompaggio dei media nostrani ne esce ancor più marcata. In ultima analisi, il do-say gap potrebbe trasformarsi in unreality-expectation gap che sarà utile saper sfruttare in Occidente, dando voce ai tanti foreign fighters delusi dalla loro esperienza di militanza. Risulta quindi chiara anche la natura dei fenomeni su cui invece è bene insistere: non solo, come abbiamo visto, la frustrazione dei nostrimujahedin, ma anche la violenza e l’insofferenza delle comunità assoggettate al gruppo. In tal senso, è utile notare come gli atti più efferati perpetrati dall’organizzazione producano spesso ondate di illegittimità ben percepibili anche online nei siti jihadisti e nella pratica con le “contro-rivendicazioni”. Il feroce attentato di Jalalabad del 18 Aprile, inizialmente rivendicato da IS rappresentato dalla locale Wilaya Khorasan, è stato poi misconosciuto tramite una comunicazione ufficiale, in seguito al pessimo riscontro propagandistico che ne è scaturito. Sono segnali, questi, che gli altri gruppi impegnati nella rivolta siriana hanno saputo cogliere e interpretare efficacemente: basta vedere le scelte di governance messe in atto da Jaysh al-Fath (una coalizione guidata da Jabhat al-Nusra in cui militano diversi gruppi islamisti, tra cui Ahrar al-Sham, che ha recentemente preso Idlib e Jisr al-Shughur) nell’ultimo mese: una rivisitazione dei propri outletpropagandistici, epurati da resoconti di violenza, un forte sostegno verso le comunità locali e la sospensione di esecuzioni in piazza.
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