venerdì 7 novembre 2014

[ANALISI] Geopolitica del Sinai, parte I e II: Gruppi terroristici, Attori interni, Policy a breve termine

Riporto di seguito due articoli, sulla situazione attuale del Sinai, che ho scritto per il Caffè Geopolitico. Sono visualizzabili qui (parte I) e qui (parte II). Seguiranno parte III e IV.

PARTE I


Il triangolo del Sinai è oggi una fetta di terra contesa tra diversi gruppi terroristici, in grado di influenzare fortemente gli equilibri politici ed economici non solo dell’Egitto, ma dell’intero Levante: una regione che non riesce, al contrario, a mettere in sicurezza e stabilizzare la penisola. Lacerato da squilibri di ricchezza, assenza istituzionale, milizie jihadiste e traffici illegali, il Sinai sta conoscendo nell’ultimo periodo una forte escalation di violenza.
ASSETTO GEOPOLITICO – Punto di intersezione naturale fra Africa e Asia, il Sinai è una penisola di 60mila chilometri quadrati (tre volte la Puglia) storicamente strategica per l’Egitto, soprattutto in funzione di buon vicinato con Israele. Mentre il Sud della penisola (Governatorato del Sinai del Sud) è fiorito negli ultimi decenni grazie al turismo di massa e alla costruzione di diverse infrastrutture, la situazione nel Nord va peggiorando esponenzialmente a causa di una sempre maggiore marginalizzazione dei beduini rispetto alla vita politica, e alla proliferazione di traffici illeciti (droga, armi, flussi umani) che hanno arricchito i gruppi jihadisti.  L’area con la maggiore densità di cellule terroristiche è il triangolo tracciato dalle città di Rafah (Striscia di Gaza), al-‘Arish e Shaykh Zuwayd (che si affacciano sul mar Mediterraneo). Anche qui il vuoto istituzionale ha creato le condizioni ideali per la fermentazione e la diffusione di gruppi di ideologia salafita-jihadista che hanno con il tempo guadagnato l’appoggio delle tribù beduine (fra le più importanti sicuramente quella dei Sawarka), radicalizzandone e reclutandone i membri. La commistione fra tribù e gruppi jihadisti ha contribuito a inasprire le tensioni tra le fazioni, elevando il codice tribale a unica fonte normativa dell’area. Con la presa del potere nella Striscia di Gaza da parte di Hamas (2007) e i tumulti interni esplosi nel 2011, il Sinai è diventato un safe haven (rifugio sicuro) per il terrorismo internazionale e si è assistito a una moltiplicazione delle cellule jihadiste: oggi le intelligence occidentali e locali (Egitto e Israele) contano la presenza di 24 gruppi terroristici.
Un autobus brucia nel polo turistico di Taba, Sinai meridionale, in seguito a un attentato.
ANSAR BAYT AL-MAQDIS – Jama’at Ansar al-Dawla al-Islamiyya fi Bayt al-Maqdis (Organizzazione di ausiliari dello Stato Islamico a Gerusalemme, da ora in poi ABM) è la maggiore delle organizzazioni terroristiche presenti nel Sinai, nonché quella che ha rivendicato la maggior parte degli attentati nella regione. La quasi totalità dei suoi membri è di origine locale, ma non mancano combattenti libici, afghani, algerini, sauditi e yemeniti, per un totale massimo di 2mila uomini. Durante le rivolte contro Mubarak nel 2011, molti carcerati sono riusciti a evadere e unirsi al gruppo. ABM sembra autofinanziarsi grazie al traffico di droga ed esseri umani, agendo anche da gruppo di allaccio verso i fronti del jihad siriano (in alcuni casi addestra i foreign fighter che si uniranno a cellule alleate). Localmente, il gruppo condivide alcune quote di cooperazione con fazioni minori quali Muhammad Jamal Network, Ajnad Misr, Jund al-Islam e Ansar al-Sharia Egypt, sebbene resti da verificare una reale alleanza fra le varie cellule. Non appare infatti possibile che ABM abbia oggi il potenziale per funzionare da hub terroristico. Cercando invece di inquadrare ABM in un più ampio contesto di jihadismo globale, si può affermare che il gruppo abbia relazioni con al-Qa’ida (AQ), i Fratelli Musulmani (FM) e lo Stato Islamico (ISIS). Secondo alcuni analisti, infatti, il gruppo sarebbe stato fondato da uomini provenienti dalla frangia più radicale di FM, e con la messa al bando dello stesso da parte di al-Sisi alcuni dei suoi membri si sono allacciati ad ABM. Il rapporto con AQ è invece meno chiaro: nonostante l’obiettivo di ABM (implementare la shari’a quale legge di Stato) e l’ideologia portante siano gli stessi del network di al-Zawahiri – e in passato i rapporti fra i due gruppi erano più fitti, – oggi è più ragionevole pensare che ABM abbia optato per una alleanza con ISIS. Lo dimostrerebbero le parole di un leader di ABM, Abu Usama al-Masri, che ha apertamente affermato di supportare lo Stato Islamico, oltre che il video dell’attentato perpetrato il 28 agosto 2014 da ABM, in cui erano riprodotte le bandiere, la metodologia e la dialettica di ISIS. Un portavoce dello Stato Islamico avrebbe inoltre chiesto ai fratelli egiziani di non unirsi subito a ISIS, ma di aiutare i compagni di ABM.
Convoglio di militanti di Ansar Bayt al-Maqdis rende gli onori ad alcuni combattenti caduti in azione.
ALTRI GRUPPI – Anche se apparentemente non più legato da una alleanza con ABM, AQ è presente nel Sinai con alcuni gruppi direttamente derivati o collaboranti. Fra i primi va citato AQSP (al-Qa’ida in Sinai Peninsula), un gruppo annunciato nel 2011 e guidato dal veterano del jihad afghano Ramzi Mawafi, insieme alle minime presenze di AQIM e AQAP (Al-Qa’ida in Islamic Maghreb il primo, in the Arabian Peninsula il secondo).  Tuttavia AQ trova profondità operativa e influenza nel Sinai grazie ad altri due gruppi ben più radicati nel contesto egiziano, quali Egyptian Islamic Jihad e al-Jama’a al-Islamiyya. Il primo, attivo sin dagli anni Settanta, è stato a lungo uno dei maggiori nomi del jihadismo globale, con affiliati in gran parte del mondo islamico, per poi unirsi ad al-Qa’ida dopo il 2000, mentre il secondo è nato a inizio anni Ottanta, si è unito ad AQ nel 2006 e ha solo recentemente deciso di adottare pratiche non violente, oltre che piegarsi a meccaniche democratiche (con la fondazione del partito Building and Development) per perseguire lo scopo di uno Stato regolato dalla shari’a. I due gruppi avrebbero compartecipato all’assassinio del presidente Anwar Sadat nel 1981.

LA RILEVANZA DELLA STRISCIA DI GAZA – Un ulteriore fattore che ha contribuito all’espansione e al rafforzamento delle cellule jihadiste in Sinai è il passaggio di informazioni, uomini e materiali da una sponda all’altra del confine con la Striscia di Gaza. Sembra che diversi uomini di Hamas utilizzino la protezione di alcuni gruppi sinaitici come base operativa per dirigere attacchi a Israele. Ma lo stesso Hamas vede minacciata la sua egemonia da altri gruppi islamisti palestinesi che, banditi nella Striscia, si riorganizzano in Sinai: fra questi il Mujahideen Shura Council, Jaish al-Islam e al-Tawhid wa al-Jihad. La transnazionalità di questi movimenti rende molto più difficile la loro estirpazione, potendo essi rifugiarsi da una parte all’altra del confine. Infatti, nonostante la chiusura delle frontiere, solo l’80% dei tunnel è stato smantellato: è proprio la maggiore conoscenza del territorio l’elemento alla base della forza di beduini e cellule locali.
PARTE II
La seconda parte della nostra analisi è focalizzata sulle politiche attivate da al-Sisi per affrontare la spinosa questione della sicurezza nel Sinai e più in generale in Egitto. Le misure prese dal rais sono imponenti e il segnale lanciato è di pieno accentramento del potere: il Presidente, per ora, non sembra temere scelte impopolari. Anche partiti, associazioni e personalità rilevanti si sono espresse in merito alla materia, e ne abbiamo riportato le posizioni più rimarchevoli.
LE MOSSE DI AL-SISI – In risposta ai violenti attacchi che si sono registrati nell’ultimo periodo nel Governatorato del Sinai del Nord, il presidente egiziano ‘Abd el-Fattah al-Sisi ha annunciato imponenti misure logistiche e di sicurezza per far fronte a quella che è al momento la principale minaccia alla sicurezza nazionale: Ansar Bayt al-Maqdis e i suoi affiliati. Si procederà nei prossimi giorni alla creazione di una buffer zone al confine con la Striscia di Gaza e all’evacuazione totale della popolazione residente nell’area, cui verranno corrisposti, secondo la TV di Stato egiziana, significativi compensi economici. Elemento, questo, che rende chiaro come il Presidente sia conscio della totale disaffezione e dello scontento degli abitanti della penisola. I beduini locali sono infatti restii a lasciare le loro terre ed eventuali defezioni da parte di tribù che cooperano con l’esercito rispetto ai comandi di non-cooperazione lanciati da Ansar Bayt al-Maqdis saranno punite da quest’ultimo con esecuzioni sommarie. Il rais, facendo riferimento a una «lotta contro i miliziani per la sopravvivenza dell’Egitto», ha chiesto ai locali di non interferire in alcun modo con le operazioni dell’esercito e ha posto il coprifuoco dalle ore 17.00 alle ore 07.00. Al-Sisi ha inoltre decretato che chiunque compirà azioni di terrorismo o colpirà le infrastrutture critiche del Paese verrà giudicato in sede di corte marziale. L’esercito sta provvedendo a scovare e chiudere i tunnel di collegamento con la Striscia di Gaza (sarebbero circa 300 quelli ancora attivi), anche a causa delle molte infiltrazioni dall’estero nella scena jihadista egiziana. In questo senso, però, la frontiera più interessata da flussi umani è quella con la Libia: è anche alla luce di questo che va letto l’appoggio egiziano al Governo di Tobruk, al quale è stata inviata una unità speciale di anti-terrorismo. In particolare, il gruppo Ansar al-Sharia Libia è quello che mostra più ingerenza nel panorama jihadista del Paese confinante. A livello interno, invece, al-Sisi sta mostrando meno lucidità e capacità analitiche nell’accusare in maniera sistematica i Fratelli Musulmani di essere i fautori e la causa principale delle violenze nel Paese. Il leader della Fratellanza ‘Ali Fatah al-Bab incontrerà nei prossimi giorni il rais per avviare un dialogo volto ad avvicinare le parti e ad affrontare la questione di influenza, ideologica e materiale, degli Ikhwan nell’attuale situazione. 
Torre di osservazione egiziana nei pressi del valico di Rafah, il punto di passaggio tra l’Egitto e il territorio palestinese di Gaza.


LE POSIZIONI DEI PARTITI – La brutalità e la regolarità con cui ultimamente si verificano attacchi nel Nord del Sinai ha scosso tutto l’apparato politico egiziano. Il partito laico liberal-democratico Free Egyptians si è detto pronto a sostenere al-Sisi e ad appoggiare qualsiasi manovra riguardante l’uso dell’esercito.
Il partito di centro-sinistra Dustur (Costituzione) è ugualmente a favore dell’utilizzo delle Forze Armate, ma chiede maggiore trasparenza e comunicazione relativamente alle loro operazioni. In particolare, Dustur ha avviato un’indagine circa l’inefficienza di alcuni ufficiali nella lotta al terrorismo. ‘Amr Moussa, ex Segretario generale della Lega araba, ha parlato della necessità di un’azione coordinata fra tutti gli Stati arabi per eradicare la minaccia jihadista nel Paese.
Anche il partito salafita Nour (Luce) ha condannato i responsabili degli attacchi e ha chiesto che si reagisca in modo esemplare per disincentivarne di futuri. È interessante notare come tale partito, costola politica del movimento al-Da’wa al-Salafiyya (Invito al salafismo)componga pressoché un unicum nel panorama islamista mediorientale: pur ponendosi come obiettivo la totale islamizzazione del Paese tramite l’implementazione della shari’a quale legge di Stato, ha accettato la via democratica come mezzo di  raggiungimento del potere.
Il partito Alleanza socialista popolare ha chiesto ai suoi elettori del Sinai di portare pazienza e accettare l’ingerenza dell’esercito, poiché la rimozione del terrorismo è un obiettivo in linea con l’agenda rivoluzionaria del movimento.
L’antico partito di centro-destra Wafd (Delegazione) è stato il primo a suggerire  un piano di sgombero ed evacuazione dell’area, chiedendo alla popolazione locale di lasciare le proprie case prima ancora dell’intervento dell’esercito.
Il partito Freedom Egypt si è limitato a esporre le proprie condoglianze non solo ai parenti delle vittime, ma all’intera popolazione egiziana, mentre il suo leader ‘Amr Hamzawy ha appoggiato pubblicamente l’esercito.
Il movimento Associazione nazionale per il cambiamento (paragonabile a una lista civica in cui sono confluiti diversi esperti d’area, politici e figure di spicco) ha chiesto una totale revisione dei piani di sicurezza egiziani. Il suo portavoce Ahmed Taha el-Nuqr ha condannato i “takfiri” e richiesto che l’Egitto si doti al più presto di dispositivi e armi moderne, oltre che di un personale più addestrato negli apparati dicounter-terrorism.
L’NCHR (l’Agenzia governativa egiziana per i diritti umani) e l’ETUF (la Federazione egiziana per il commercio) hanno rincarato la dose, chiedendo maggiore sicurezza anche come base per politiche di sviluppo future. L’ETUF inoltre ha accusato diversi membri dei Fratelli Musulmani di danneggiare e distruggere alcune infrastrutture e servizi pubblici, chiedendone una separazione dalla vita pubblica del Paese.
Fratelli Musulmani a loro volta hanno condannato gli attacchi in Sinai, sostenendo tuttavia che l’esercito non ha alcun diritto di interferire con la vita privata degli abitanti della zona. Secondo loro la creazione di una buffer zone andrebbe solo a favore del vicino Israele, mentre l’unica reale operazione attuabile al fine di aiutare i locali sarebbe un piano di sviluppo industriale, proprio come, sottolineano, era nell’agenda politica di Morsi.

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