giovedì 2 ottobre 2014

[REPORT] Khorasan: facciamo luce su questo gruppo. Due postille: Wilayat al-Furat e il gruppo degli Houthi.

I media italiani stanno facendo rimbalzare nelle ultime ore una miriade di informazioni circa il jihadismo globale utilizzando spesso dei termini totalmente fuori dal loro contesto reale.
Cerchiamo, con ordine, di definirne alcuni.

Chi sono i miliziani del cosiddetto gruppo Khorasan? L’uso del termine è giustificato dalle ultime direttive USA, stilate dall’Intelligence americana, circa gli obiettivi della coalizione anti-ISIS, tra cui appunto risulta esserci il gruppo Khorasan.  Storicamente il termine individua una regione asiatica delimitata da Iran, Turkmenistan e Pakistan.  In tempi recenti, la stessa zona sarebbe una delle regioni in cui si dovrebbe dividere il progetto finale di califfato di al-Baghdadi, stando a quanto rilasciato sul giornale “Dabiq”, organo di informazione ufficiale dello Stato Islamico.  Il 23 settembre alcuni uffici-stampa hanno dichiarato che gli Americani avrebbero colpito le basi siriane di un gruppo terrorista chiamato Khorasan, di cui però nessuno aveva precedentemente parlato e tantomeno la popolazione locale sembrava essere cosciente della sua esistenza. Ci sono quindi diverse teorie sull’identità del gruppo. Secondo alcuni (tra cui il Carnegie Endowment), è un termine inventato di sana pianta dall' Intelligence americana per identificare il nocciolo duro di al-Qaida in Siria. Mentre risulta corretto l'oggetto a cui il termine fa riferimento, è molto difficile pensare a una invenzione ex-novo del gruppo, per una serie di coincidenze che ora vedremo.
Prima di tutto, il 9 aprile 2014 sul sito Shumuck al-Islam è uscito un articolo nominato “il Patto del Khorasan”, siglato da 9 comandanti di AQ tra Afghanistan, Turkmenistan e Iran: Sheikh Abu Ubaidah al-Lubnani, Abu al-Muhannad al-Urduni, Abu Jurair al-Shamali, Abu al-Huda al-Soudani, Abdulaziz al-Maqdisi (fratello di Sheikh Abu Mohammed al-Maqdisi), Abdullah al-Punjabi, Abu Yunus al-Kurdi, Abu Aisha al-Qurtubi, e Abu Musab al-Tadamuni. Nell’articolo, il gruppo critica aspramente l’operato di al-Zawahiri per poi prestare la propria bay’a a ISIS.   I nove accusano al-Nusra e Zawahiri dicendo che “non hanno avuto alcun coraggio nel dare esecuzione alle sentenze su coloro che disobbediscono alla sharia, con il pretesto di evitare uno scontro con le persone ciò a causa della loro incapacità.” Nel documento si attacca l’Egitto nella figura del suo ex-presidente Morsi “che è un apostata … e che ha legittimato la cosiddetta primavera araba” per concludere:“Noi scriviamo una tale messaggio a tutta la nazione musulmana e per chiedere perdono a Dio. Noi abbiamo così mostrato che ISIS è dalla parte del giusto. Che esso ha alzato la bandiera senza esitazione, né debolezza, senza rendere conto ad alcuno se non a Dio. Noi siamo con loro, finché perseverano, noi diamo il supporto e l’alleanza all’emiro Abu Bakr al-Baghdadi al-Qurashi, e la nostra obbedienza nella fortuna e nelle avversità, nei momenti difficili e in quelli favorevoli, senza discutere il suo comando. Ma se qualcosa cambia o devia (in ISIS) allora essi avranno da noi quanto altri già prima hanno avuto.”Allo scontato ribattere di AQ della inconsistenza politica del documento, pochi giorni dopo Mohammed al-Adnani, a nome di ISIS, dichiara che “al-Qaeda ha deviato dalla via giusta. La questione non è su chi uccidere o con chi allearci. La questione riguarda la pratica religiosa che è stata distorta e un approccio che si sta allontanando dalla via giusta”. Riteniamo che il messaggio, vista anche la risposta, non sia una reale affermazione di cambio fronte, ma semplicemente un tentativo di riaffermare la pura identità qaidista e pretendere più centralità nella gerarchia di comando, vista soprattutto la scarsa valenza dei giuramenti di bay’a in ambito jihadista e la vicinanza a Zarqawi, ex leader di al-Qaida in Iraq oggi deceduto e all’epoca ben poco nelle grazie di Zawahiri, degli autori del patto. Tuttavia, un indizio non fa una prova e non è possibile affermare con sicurezza che il gruppo Khorasan risalga al patto sopra indicato.  
Una seconda ipotesi fa riferimento invece ad un gruppo di veterani di al-Qaida (sin dagli albori del network), con esperienze di jihad in Yemen, Iraq e Afghanistan. Il core centrale del network avrebbe mandato questo loro fiore all’ occhiello di combattenti in aiuto a Jabhat al-Nusra per contrastare lo Stato Islamico.
Sembra invece estramamente fondata l’ipotesi di Jenan Moussa, giornalista degli Emirati Arabi, secondo cui Khorasan effettivamente è l’unità più selezionata di Jabhat al-Nusra (“Fronte Vittoria"), e conosciuta precedentemente come “Wolf Unit”. La giornalista, dopo una incursione nella base del gruppo, ha trovato materiale sufficiente a provare lo scoop. Per chi volesse leggerlo, riporto qui il link all’articolo.
La lista dei mujahidin Khorasan trovata da Jenan Moussa.

Di assolutamente sicuro c’è che Khorasan non è in nessun modo un gruppo indipendente, ma si trova anzi sotto l’ombrello di Jabhat al-Nusra insieme ad altri sub-battaglioni, tanto che è quasi inutile citare direttamente l’iponimo senza considerare il gruppo madre.

Passiamo ora a due termini un po’ meno ostici.
Wilayat al-Furat: non si tratta di un gruppo terroristico. E’ una “provincia” dello Stato Islamico, già conosciuta  durante l’età del Califfato Abbaside, oggi di nuova conquista per al-Baghdadi, nel Nord siriano. Gli shaykh della zona, come riportato da Aaron Zelin, avrebbero prestato bay’a a ISIS.

Gli shaykh di Wilayat al-Furat che prestano bay'a a ISIS.

Il cartello di ingresso nella provincia di al-Furat nello Stato Islamico.



Houthi: Gli Houthi (conosciuti anche come al-Shabab al-Mu’min, “la gioventù credente”) sono un unicum nel panorama jihadista. Attivi nel nord dello Yemen, sono un gruppo appartenente all’ Islam sciita Zaydita, altamente ostile ad AQAP (al-Qa’ida nella Penisola Arabica, ossia il gurppo Ansar al-Sharia Yemen), che è invece estremamente forte nel Sud del Paese. Mentre la comunità sunnita radicale e gli stessi combattenti sono in generale inclini a parlare di jihad e autodefinirsi mujahidin, nell’Islam sciita la nozione di jihad è differente e solitamente non viene utilizzata, come normalmente non si applica il termine mujahidin per indicarne i combattenti. Ci sono infatti due topos sciiti che influenzano largamente il tema: l’idea di sofferenza e martirio e l’occultamento dell’ultimo imam. Accettando su queste basi una visione drammatica di sofferenza e affidando la questione del jihad al ritorno del dodicesimo imam,  ne consegue una visione più disillusa e meno individuale del termine. Inoltre, al titolo di mujahidin viene preferito quello di shahid, ossia “martire”. L'unicità degli Houthi sta quindi nell'adottare la dialettica jihadista classica nonostante l'appartenenza allo sciismo. Gli Houthi sono oggi spesso citati a causa del loro controllo su parte della capitale dello Yemen, ma il gruppo è attivo da oltre vent’anni.  Negli ultimi tempi, il gruppo ha aumentato notevolmente le sue capacità grazie a ingenti finanziamenti dall’Iran. Per questo motivo, inoltre, alcuni personaggi chiave del network sono oggi Duodecimani, e non più Zayditi. 
Lo stendardo Houthi: Allah è grande, morte all' America, morte a Israele, dannazione agli Ebrei, vittoria all' Islam.

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